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Cinque pezzi

for sax quartet and four percussionists

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Specifications
Region
Europe
Estimated Duration
11 - 15min
Date
2009

ISMN : 979-0-2325-5449-5

Notes on this piece

Un suono continuo,  di  indefinita  sorgente,  soffuso,  a  tratti  incerto,  ubiquo,  riempie uno spazio  vasto,   un  vuoto  che  si  carica  di  attesa,  un  silenzio  risonante.  E’  infatti  un simbolo  del  silenzio, un  suono che  precede  gli  altri,  anzi  precede  il  rito  stesso  del concerto  –l’abbassamento  delle  luci,   l’attimo  di raccoglimento dei musicisti attendono  l’attacco del direttore,  parallelo  a  quello  del  pubblico che  aspetta di entrare  nel tempo  dell’opera.   Questo  suono  che  preesiste  e  introduce  nel tempo,  con un  valore  rituale  e  cosmogonico, è  emesso  da  un  dobaci  o  campana  Tibetana,  uno strumento   metallico   usato  nella  tradizione buddista  di  India,  Tibet,  Nepal  e Giappone. Il  pezzo  comincia  dunque  raggrumandosi  intorno a questo  suono  continuo  che accompagna,  come  bordone,  quasi  tutta  la prima delle  5 parti  di cui  si  compone l’opera.  E’  lo  sfondo  sul  quale  si  staglieranno, come  grumi, interventi  asciutti, colpi profondi  o  secchi,  che  via  via  si  scioglieranno  in  respiri,  in  onde, spume  di  risacca marina,  vibrazioni  ctonie,  facendo  posto  a  gesti  più  ampi.  Tutto  resta  però  ancora  al livello di frammento  e  non  offre  all’ascolto  se  non  promesse  di  discorso,  lacerti sintattici  cuciti  da   quell’unico filo  sottile  che  a  tratti  riemerge  dal  fondo  dimenticato  alla  superficie della coscienza. L’ascoltatore  ancora non  lo  sa  ma  quei  lacerti  sono semi  che  il  tempo successivo farà  germogliare,   mantenendo  la  promessa  di articolare  una  più  compiuta  narratività.     

  E  subito infatti  la seconda parte  riprende  uno  di  questi  momenti‐idee‐presenze  e ne  porta  avanti  la storia:  sono  uccelli  che  cantano  fitti  nell’ora  serale,  i  sax  soprano e contralto, interrotti  da  altri  versi,   forse  gabbiani  lontani  o  balene,  e  ora  si trasformano scendendo  verso  il  grave,  verso  la  terra,  e  si   fermano   oscillando  intorno a  un  grappolo di  note  centrali.  Avviene  una  metamorfosi  e  il grappolo   cambia sostanza  materica, passa alle  tastiere  (vibrafono  e  marimba),  lo  scenario  muta  con bruschi   scarti  facendo posto  a  varie forme  di  pulsazione,  a  un  nuovo  aprirsi  dello spazio  sonoro.   

  La terza parte  raccoglie  quel  pulsare  e  lo  modula  secondo  una  temporalità  dilatata dalla vastità di  un  orizzonte  marino  notturno:  le  onde  sono  ampie  e  profonde  come  i suoni strappati  ai  grandi  gong, alle  grandi  pelli.  E  dentro queste  sonorità si  fondono  e  sciolgono  i  suoni   multipli  dei  sassofoni,  con  la  loro rugosa  incertezza  e l’indecifrabile  intonazione.   Dalla  risonanza  del  mare  profondo  riemerge  il  suono indefinito  infinito  del  dobaci (c’è  sempre  stato?)   ora  la  sua  presenza  fa  da  sfondo,  nella quarta parte,  a  un misterioso  dialogo.  Nella  totale  diversità   di  pronuncia   il  sassofono  e  il vibrafono recitano  l’identico,  una  stessa  linea  melodica  che  non  si  lascia   mettere  a  fuoco perché,  pur  partendo  simultaneamente,  i  due  non  riescono  a  procedere  insieme.  E’ una  sorta di  “canone  mensurale”  ma  l’inseguimento  agogico  avviene  con  ruoli continuamente scambiati e il risultato  è  un’immagine  sdoppiata  ma  anche  sfocata poiché  l’intonazione dei sassofoni    è  stata  leggerissimamente  alterata,  strada facendo. Sono  brevi  frasi  lente  o accelerate  che  restano  sospese.  Gradualmente  gli altri  strumenti  si inseriscono ad arricchire lo  scambio  caotico  di  identità.  Sono  foglie  uguali  attaccate  allo  stesso  ramo  che  il vento  fa oscillare,  confondendole  continuamente  con  quelle  dei  rami  vicini. 

  Nella quinta parte  mani nude  tentano  di  estrarre  dalle  pelli   (djambé,  tumba, bongos) un tessuto   continuo  e  parlante  di  pulsazioni.  Ma  colpi  pesanti  come  rocce,   inattesi come lampi  e  come  tuoni  violenti,  lacerano  continuamente  questo  tessuto, aprono  squarci  di   silenzio  potente  da  cui  riemergono,  come  evocate,  epifanie  di recente  o  lontanissima memoria.     Si  dirada  infine  il  ritmo  parlante  e  il  tempo  dei tuoni,  mentre  le  risonanze dei  metalli   accolgono  e  disperdono  nell’aria  rarefatta  il respiro  dei  fiati.

Instrumentation
Saxophones (4)|Percussions (4)
Score Details
Format - A4 / US Letter
Pages - 32


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